Volevo essere un illustratore di vestiti per neonati

Obiettivo salvezza, si era detto. Sono passati più di sei mesi da quando ho scritto qui per l’ultima volta e inaspettatamente siamo tutti vivi; e non parlo solo di noi tre (quello era il minimo, dai). Mi riferisco proprio a tutti gli esseri viventi che popolano questa casa, quindi anche alle piante (che non se la passano benissimo, ma non sono ancora decedute), e al ragno che sta in cucina. Mi dispiace tanto distruggere la sua ragnatela, perciò lo lascio a vegetare nell’angolo, nella speranza (mal riposta) che contribuisca a liberarci dalle zanzare.

Anche Blue, ovviamente, lotta insieme a noi (se non la sfami all’orario giusto, d’altronde, ti morde i talloni, era improbabile ci dimenticassimo di lei), ma temo abbia deciso di presentare domanda di trasferimento. Dopo aver trascorso, infatti, il mese di settembre ad anelare la compagnia di Riccardo (al tempo un bambolotto passivo), a portargli mosche morte e croccantini sotto la culla in segno d’amore, la povera Blue ha scoperto a sue spese il lato oscuro del pupo, e ha iniziato ad approcciarlo con l’ansia con cui il ministro Lollobrigida beve un bicchiere d’acqua.

Le sue giornate ora trascorrono nel (vano) tentativo di sfuggire un esserino che vuole toccarla con malagrazia, che più volte al giorno prova a impossessarsi della sua ciotola, che quando la vede ride e produce ultrasuoni. Non c’è nulla, in questo universo, che faccia impazzire Riccardo più della nostra gatta. Proprio per questo, ormai da tempo, ho avviato una ricerca di vestiti e coperte cosparsi di gattini felici. Con mio sommo sgomento però, ho scoperto che non esistono; ed è semplicemente assurdo.

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La gente (purtroppo) parla

Sembrerà una storia inventata però: martedì 13 agosto non mi sentivo molto in forza e ho passato il pomeriggio sul divano a fare fotomontaggi con la mia gatta e scrivere “il post sulla gravidanza” dopo un anno che neanche aprivo l’editor del blog. Dovevo solo premere pubblica, ma sono andata in ospedale. Lo faccio ora mentre Riccardo, a tratti vegliato da Blue, fa il sonno più lungo di questi primi giorni della sua vita.

Da quando mi sono trasferita in Alto Adige, ho totalmente rivisto la classifica delle categorie umane con cui pagherei per non avere nulla a che fare. Il podio, al momento, si compone così.

Al terzo posto ci sono i tifosi dell’Hockey Club Bolzano; al secondo, i titolari di ogni genere di esercizio commerciale sul territorio. Medaglia d’oro, per distacco, agli agenti immobiliari, poco simpatici a ogni latitudine, qui capaci di battere a ripetizione i record del mondo in discipline come “ignorare le e-mail”, “non rispondere al telefono”, “sparire proprio quando stai per appioppargli mille miliardi di euro”, “farti sembrare un poraccio“.

Ironia della sorte, ho dovuto dire a ben tre agenti immobiliari di essere incinta prima ancora di informarne i miei genitori, perché altrimenti non mi avrebbero mostrato case “con metratura eccessiva per due persone”. Ovviamente, di fronte all’annuncio, si sono sentiti tutti in dovere di fare commenti che esulavano totalmente dalla loro sfera professionale.

Perché quando comunichi di aspettare un mini essere umano, chiunque muore dalla voglia di dirti qualcosa; e quasi mai quel qualcosa “che bello, sono felice per voi”. Sui figli degli altri tutti hanno un’opinione e devono condividerla assolutamente. Mai mi ero sentita tanto vicina al commissario tecnico della nazionale di calcio. Nel mare magnum, uno dice, almeno qualche consiglio utile arriverà: e invece no. Perché in pochi altri ambiti della vita sembra valere così tanto la regola del vale tutto.

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Posti che me ne ricordano altri

Il 16 giugno del 2011 cercavo su Wikipedia la parola “Cravatte” e scoprivo che, per sfidare la regola secondo cui un parlamentare non può entrare in Senato senza cravatta, il senatore Speroni ne indossava sempre “le versioni più impensabili: con disegni di maiali, texana di cuoio e così via”. Devo aver trovato questo aneddoto particolarmente buffo, poiché quel giorno ci scrissi un post su Facebook che oggi Facebook mi ha puntualmente riproposto (Mark, ti prego, lasciaci vivere e vai ad allenarti per il duello con Musk). Ho cercato di ricordare perché avessi fatto una ricerca così bizzarra (ma in fondo sono quella che proprio in questi giorni ha letto attentamente la voce “scopone scientifico” per sapere come mai al nord ci giocano in modo diverso) ed è stato lì che ho realizzato come siano passati dodici anni dall’Erasmus e quindi, anche dallo stage a Berlino.

Tra i compiti che avevo, e che non mi sentivo all’altezza di ricoprire, c’era quello di scrivere testi – talvolta lunghissimi – sui vestiti; e io andavo a cercare ovunque le curiosità più impensabili, per riempire quel numero X di battute. Ero costantemente euforica, costantemente malinconica, mi piaceva lavorare ma anche osservare ossessivamente come i numeri si alternassero nelle finestra dell’orario del computer, avvicinandosi pian piano all’ora in cui sarei uscita.

Poi uscivo e spesso andavo a passeggiare in posti a caso, sfruttando il fatto che c’era luce fino alle dieci di sera; è così che è iniziato il mio grande amore per il Treptower Park. Avrei dato qualunque cosa per poter vivere lì vicino, per andare, ogni volta che potevo, a vedere uno scorcio preciso sulla Spree, che assieme alle due torri della Frankfurter Tor (altro posto in cui sognavo di vivere per sempre) è la prima immagine che mi viene in mente quando penso a Berlino. Sono diventata adulta la prima volta in cui ho realizzato che non sentivo più il bisogno di attaccare, ogni anno, la piantina della metropolitana di Berlino sulla mia agenda; oggi sento di esserlo ancora di più perché ho dovuto cercare su Google come si chiamasse la Frankfurter Tor.

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La leva hockeistica del ’68

Per trent’anni  di vita ho concepito come unica forma di sport le discipline ammesse ai giochi olimpici estivi. Poi un bel giorno ho iniziato a lavorare a Bolzano e ho scoperto che al mondo c’era davvero gente appassionata agli sport invernali. Ora. Nella mia personale scala di valutazione, gli sport più affascinanti sono quelli semplici, con poche regole, con poca attrezzatura. 

Gli sport invernali, in media, di attrezzatura ne richiedono tanta. Già qui il mio cervello tirerebbe una linea: eppure col tempo ho imparato ad apprezzarli. Ho vinto le mie resistenze verso lo sci (devi scendere velocissimo, vince chi lo fa in meno tempo), verso lo slittino (come sopra, ma con la slitta),  verso il pattinaggio (è come correre), verso il pattinaggio di figura (è come ballare), verso il biathlon (fai fondo poi spari), persino verso il curling (che alla fine si pone in modo simpatico, quasi come un fenomeno di costume). 

Solo uno sport resiste – granitico – a ogni mio tentativo di apprezzamento: l’hockey sul ghiaccio. Io ci ho provato, ma troppe variabili turbano il mio equilibrio. Non è uno sport popolare, ma vogliono vendertelo come tale. Per seguirlo, serve una laurea. Per praticarlo devi avere i soldi, ma non ha il fascino di uno sport per ricchi.

Con quest’analisi potrei rischiare il posto di lavoro ma in fondo, per lavoro, dovrei mettermi contro i poteri forti. Quindi, senza paura delle lobby, procederò a esporre la mia tesi per punti.

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Downunder

Nella vita non avrei mai potuto fare la travel blogger (pur desiderandolo tantissimo) perché non sono metodica e tendo a perdermi gli obiettivi per strada. Coi miei tempi, il solito ritardo e il disordine che mi contraddistingue, però, vorrei raccogliere un po’ di appunti sparsi sul nostro viaggio in Australia; che sarebbe stato il nostro viaggio di nozze ma, grazie al covid e altri disastri, è arrivato con circa tre anni di ritardo: quindi potrei dire che questo post, pubblicato a più di un mese dal rientro, è in tono con l’intera storia.

Storia che -a prenderla da lontano- inizia a gennaio del 2019, quando decidemmo di trascorrere la luna di miele in Argentina col grande obiettivo di veder giocare Daniele De Rossi alla Bombonera; e anche di fare un giro nella Terra del Fuoco, dai. Poi l’Argentina andò in default e ci consigliarono di visitarla in tempi migliori.

Di qui l’idea dell’Australia, altro luogo all’altro capo del mondo, in cui saremmo dovuti atterrare a dicembre 2019 (nel bel mezzo della stagione degli incendi), col grande obiettivo di vedere i fuochi d’artificio di Capodanno sull’Opera House di Sydney e finire nelle riprese delle agenzie internazionali che il TG1 usa nell’edizione delle 13:30 del 31 dicembre per dire che tra mezz’ora dall’altra parte del mondo sarà già l’anno dopo.

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I punti cardinali

Mango non è più dov’era Mango, ma questo lo sapevo, è successo anni fa. Ho avuto tempo persino di crearmi un ricordo, nel Mango nuovo, perché una volta, al secondo piano, Cristina ha comprato un vestitino di pelle – non ricordo in quale estate, ma credo che Martina vivesse ancora in Italia. 

Mi fa ancora strano, però, passare in quella strada e non vederlo più “al suo posto” – l’unico negozio “normale”, che riconoscevo simile ai negozi a cui ero abituata quando mi ero trasferita qui, ormai quasi dodici anni fa. 

La piazzetta che guardavo quando ci fermavamo a leggere i giornali sui divanetti colorati, mentre aspettavamo i nostri amici per andare a mensa, è diversa; sapevo già anche questo, ma continua a sembrarmi strano.

Non trovo più i posti dove andavo a bere il caffè, ma forse quelli ci sono ancora, sepolti dietro ai cantieri.

Non riconosco delle strade che ho attraversato un miliardo di volte – mentre ero triste, mentre ero euforica, mentre pensavo “che voglia di andarmene di qui” – non ricordo se il cinema Eden fosse già chiuso, se stesse chiudendo, se siamo riusciti ad andarci almeno un paio di volte.

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As if on an ocean

Negli ultimi giorni sono andata a camminare tre volte al fiume e siccome sono nostalgica mi sono messa a pensare a tutti i fiumi lungo cui ho camminato, e a quelli che si sono visti passare davanti momenti chiave della mia vita.

Quando Francesco mi ha chiesto di sposarci eravamo sul Guadalquivir; quando ho deciso di tornare in Italia e non cominciare un master in Germania ero sulla Sprea, proprio dietro la Museumsinsel; ho capito di dover lasciare il mio vecchio lavoro mentre guardavo il Tevere da un ponte. La notte prima di ogni esame importante finisco sempre in orridi alberghi con vista fiume e zanzare annesse.

L’acqua dei fiumi corre veloce, l’acqua dei laghi rimane lì stagnante: ma rassicura, è come se ti abbracciasse. Nel paese in cui sono nata c’è un lago, nelle città in  cui sono cresciuta sempre un fiume. A Berlino avevo entrambi e potevo scegliere se guardarmi scorrere o crogiolarmi nell’immobilità.

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Make your own kind of music

C’è una puntata di Mad Men in cui Meghan Draper si lamenta con sua madre perché non riesce a fare l’attrice e sua madre le fa notare che è in buona compagnia: non tutte le bambine realizzano i propri sogni, il mondo non ha posto per così tante ballerine.

Anche io da piccola volevo fare la ballerina; che non potessi riuscirci l’ho capito a sette anni e da lì ho iniziato a dire che volevo fare Lilli Gruber. Dubito ci sia spazio per molte Lilli Gruber, ma non è questo il punto.

Il fatto è che da mesi questa storia del realizzare i sogni mi sta togliendo il sonno; e le energie per fare quel che normalmente mi fa star bene. Provo a scrivere e ho la crisi da foglio bianco. Provo a leggere e mi distraggo alla terza riga. Provo a concentrarmi e mi vengono in mente le cose più assurde. A volte mi chiedo semplicemente dove Maria Stella Gelmini acquisti i suoi blazer, e se sia morale aspirare all’estetica di una ministra di destra. Nei casi più gravi, però, mi faccio annebbiare la mente da una spirale di angoscianti domande esistenziali.

Sta andando tutto secondo i piani – e allora perché ho così paura? Per una volta nella vita non volevo scappare – perché me ne devo andare proprio adesso? Quando arriva il futuro? Perché sono stanca di questi giorni tutti uguali ma ho così poca voglia di iniziare cose nuove? Mi sono stancata di cambiare?

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I am a passenger

Tra Spoleto e Terni mi prende sempre il sonno, sia al mattino che alla sera. Questa strada l’ho fatta per anni e mi sono addormentato ogni giorno. Chi sa come mai. C’è come una vibrazione: tu vorresti stare sveglio, vedere  le colline, e invece ti prende il sonno.  
Lei va a Roma vero? Io vado al mare.
L’abbonamento del treno costa poco; mi metto il costume in un bagno a Tiburtina e prendo il trenino per Ostia: è bellissimo. Ci sono tutte queste persone felici. I ragazzini abbronzati. Qualche anno fa andavo sull’Adriatico. Ho fatto tutte le Marche, tutta la costa, fino a Rimini.
Conosco gente, faccio il bagno. Vedo il mare.
A me il mare piace tantissimo, anche se sono nato in Umbria. Prima andavo con mia moglie, ma lei ora è malata e non può stare troppe ore fuori casa. Allora io parto la mattina presto e torno il pomeriggio, così la sera stiamo insieme. Vado tre volte a settimana. Cerco sempre un amico che venga con me, ma dicono tutti che siamo troppo vecchi. Ma io lo faccio, vede? E sono ancora in perfetta salute.

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Does it spark joy?

Due anni fa, mese in più, mese in meno, sono stata al Reina Sofia e ho visto un’opera che ancora oggi continua a tornarmi in mente. C’era una sala quasi vuota e al centro, sotto una splendida luce plastica, una sedia piena di abiti. Sembrava quella della mia stanza di allora (rip appartamento in cui vivevo con la padrona di gattaccio) nei venerdì di messa in onda, quando per giorni non mi degnavo nemmeno di rimettere le magliette nel cassetto.

Da ragazzina, in casa con i miei, non potevo lasciare in giro nemmeno un calzino. Spargere i vestiti sulle sedie, sul letto, è stato il primo atto di ribellione della mia vita adulta. Ogni tanto mi capita di farlo ancora.

Mi piacerebbe essere più ordinata, ma il fatto è che mi piace troppo trovarmi la montagna davanti. Ridurmi all’ultimo. Dover scavare. Fare l’impresa per rimettere ogni cosa al suo posto. La gradualità non mi appassiona, preferisco rimandare. Impazzisco per la missione impossibile, per la ricerca infinita che mi fa scovare la perla nascosta e dimenticare le maledizioni che mi sono auto-inflitta mentre provavo a venirne a capo.

Credo sia per questo che cerco cose online aprendo decine di finestre. Scarico documenti che potrei non leggere mai. Ottengo grandi risultati se sono sotto pressione. Accumulo, ripulisco. Arrivo al nocciolo della questione con la sensazione di aver scalato l’Everest. Di aver provato a fare il meglio.

Sono anni che mi scompiglio la vita, per cercare di rimetterla in ordine.

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